Rugby, mangia il centrocampista inglese Marcus Smith

Assistere dal vivo a una partita di Marcus Smith è un’esperienza nuova, anche se seguo il rugby dell’anno. La metà dell’apertura della nazione inglese sta cambiando l’approccio britannico a questo sport, portando gli inglesi in una nuova era. Tutto questo a 23 anni appena possibile.

La Smith ha una storia personale molto particolare: nata a San Valentino nel 1999 nelle Filippine, ha trasferito il suo ottavino a Singapore grazie al lavoro del padre, dipendente da una banca d’affari svizzera nata ad Hong Kong nel 1992-1997 (Prima della nascita dei suoi tre figli, Marco è il più grande). Proprio a Singapore Smith ha avviato e formato se viene giocatore di rugby, nel Centaurs RFC. Nel 2012, tornato al Brighton, ha il primo contatto con il rugby inglese. Se si forma quindi mischiando a causa della cultura, rugbistiche e non, totalmente distante. Nasce un nuovo tipo di giocatore di rugby, estremamente fuori dagli schemi.

Il Guardian ha scritto a novembre la storia, anzi, la storia della persona che non lo ha conosciuto per la prima volta. Jake Letts, amministratore delegato della Filipino Rugby Federation dice che, se avessi potuto riempire la quindicenne Marcus con la selezione under 19, si è sconvolto: “Prese il pallone e inizia a correre su uno, due, tre ragazzi più grandi di me. Capii subito che aveva un talento diverso dagli altri». Nick Buoy, sponsor di Marcus al Brighton College, riferisce che “Aveva 16 anni. Immo mangiare medium di mischia e cambiato il volto della nostra squadra. Era incredibile da vedere. Allora ho pensato “Beh, sai cosa? Forse dovrei postelo a medio d’apertura”. E così facemmo». Un’intuizione per cui ringraziare tutti.

Eppure, c’è chi giura che fosse un bambino prodigio anche all’inizio. Paul Stephens, l’llenatore dei Centaurs de Singapore ha riferito che «avevo una coordinazione occhio-mano e una comprensione dello spazio intorno sapevo che derivava solo da questo punto. Poteva fare cose che gli altri bambini non potevano nemmeno vedere». Agli stessi giornalisti, Stephens ha mostrato una pagina di un’autovalutazione scritta da Smith ai tempi dell’Under 14 in cui scriveva “La cosa migliore che ho fatto? Salta qualsiasi e fai un passaggio dietro la schiena. Cosa ho imparato? Proverò un estirpatore (un calcio basso che uso spesso tanto di per sé) che ruota in senso opposto al normale. Adesso devo dimostrarlo in partita”.

A Brighton Smith è stato addirittura promosso allenatore, durante l’ultimo anno di liceo. Una scelta che ricorda la promozione a magister di Raffaello Sanzio all’età di 17 anni. Il talento assoluti bruciano lo picchiettavo quando era il momento giusto.

In una partita al Brighton College, Smith era 1000 categorie sopra agli altri.

Raramente se si vedeva un mezzo d’apertura così poco canonico. Tradizionalmente, l’Inghilterra ha seguito i suoi rugbisti di order e rigore nei suoi ruoli chiave: leggende come Jonny Wilkinson, Owen Farrell, George Ford, Toby Flood, hanno incanalato il talento del pappagallo all’internal verso un piano di gioco delineato. Smith n. Il suo gioco è travolgente, veloce, imprevedibile. Allo Stadio Olimpico, nella vittoria inglese contro l’Italia per 0-33, ha segnato 13 punti, conquistando il migliore in campo, ed è stato semplicemente imprevedibile. Una performance del Telegraph, parlando del mismatch tra il suo talento e il livello azzurro, l’ha paragonato ad “Ho assistito alla scena di un bambino di 10 anni che si era legato una farfalla: era una gioia masochistica in questo tutto ”.

In sole 7 presenza con la Nazionale Englishe ha già segnato 93 punti, diventando irrestituibile. In Italia l’Allenatore Eddie Jones è riuscito a prendersi cura di sé, facendo entrare inedito il suo naturale sostituto, George Ford (una delle sue 76esima presenza in Nazionale e 210 con il club, non ultimo arrivato). Che Jones aveva deciso di tenerlo in campo per 80 minuti, nonostante il valore del suo sostituto e nonostante la parte del grasso finito fosse nel primo tempo, è un segnale enorme, che testimonia il valore di Smith e la fiducia. che l’intero sistema inglese gli sta dando. Un segnale che, sommato agli altri, delinea il profilo di un predestinato.

Smith non ha cambiato solo il turno della Nazionale inglese, ma è il principale artefatto di un mezzo miracoloso sportivo. La scorsa stagione ha infatti guidato gli Harlequins – squadra che giocava con la maglia a pezze colorate (celeste, rosa, marrone, grigio) in onore dell’Arlecchino – alla victoria della Premiership, il campionato inglese, uno dei più difficili al mondo. Sulla strada per il club londinese se potesse isolare le sue partite, per via del momento che definisce non solo il portatore di Marcus Smith, ma anche bene l’evoluzione vero cui sta camminando il rugby europeo, un’evoluzione di cui il mediano d ‘openinglés può essere l’espressione più armonica. Il cugino è la partita tra Harlequins e Wasps. La squadra di casa fa rima in 14 per 10 minuti nel primo tempo per l’ammonizione a Mike Brown, espulso dopo il terzo minuto di stampa. È nel calcio che un’espulsione condiziona la squadra che sale, nel rugby si trova in una condizione difficile e praticamente irreversibile. Non che questo, Smith sei sei trasformazioni, due calci di punizione e due mete (per un totale di 28 punti), compri quel poco tempo che regala la vittoria ai suoi, per 48-46.

La seconda è la partita di Bristol e Harlequins, la semifinale dei playoff. Bristol segna quattro mete nella prima mezz’ora, camminando fino al riposo sul 28-5. Un risultato che, almeno in teoria, non intacca in alcun modo il cervello. Eppure gli arlecchini risalgono la china, concludono i tempi regolamentari sul 31 par. Se hai intenzione di integrarlo, ho rischiato sicuramente di ottenere il risultato. Finisce 36-43: Harlequins in finale contro l’Exeter, che al primo anno dopo aver vinto campionato, coppa e Coppa dei Campioni, che battono i Quins 3-33 ad inizio campionato, ma perderanno 40-38 dopo un’epica alternanza gioco.

«Il mio stupore – il mio racconta Paolo Garbisi, al centro dell’apertura della Nazionale italiana che ora ha raggiunto davanti proprio per chiedergli di Marcus Smith, visto che dovuto diciassette fa se l’è trovato in tutto il suo splendore –, è stato incredibile. Post partita ci siamo scambiati le maglie e abbiamo chiacchierato un po’. È un ragazzo molto gentile e determinato. Semina chi ha pensato a chiare sue come può arrivare in alto, curando ogni minimo dettaglio».

Il futuro sembra sorridere a Smith, che dopo sole due presenze in Nazionale è stato convocato (senza esordire, a dire il vero), nei British&Irish Lions, la formazione prestigiosa che raccoglie i migliori talenti di Inghilterra, Scozia, Galles e Ireland, e che va in tournée solo ogni 4 anni. Annuncerò che il tempo, vivrò a 22 anni un onore che da solo spetta a pochissimi giocatori è una rarità, soprattutto in un mondo come quello del rugby britannico, che da solo tende a non esaltare gli astri nascenti, chiedendo pappagallo di affermarsi piano piano, senza bruciare tap, forse per paura di sovraccaricarli di aspettative col rischio di mettere in difficoltà il percorso di crescita pappagallo.

Smith pur giovanissimo si unisce a quel ristretto gruppo di campioni che, qualunque sia lo sport che praticano, crea un luccichio attorno a loro, perché il gioco inevitabilmente accade dalle loro mani o piedi. Basta guardare fino a che punto Elliot Daly e Kyle Sinckler controllano l’Italia. Nella prima riceve il pallone dopo una mischia a favore all’interno dei 22 avversari; i compagni sono schierati piatti e non profondi, come indicherebbe ogni allenatore del mondo. Gli inglesi sanno ciò che Smith sta per fare: parte palla alla mano, assorbe due difensori (Paolo Garbisi e Marco Zanon), costringe un lunghissimo passaggio di Daly che segna in scioltezza. Mentre i giocatori in maglia bianca a festa, la telecamera inquadra Garbisi che dialoga con Federico Mori dice “c’è troppo spazio, siamo in 3”. Il gioco di Smith ha meso sotto scacco un dichiarato oggettivamente ben organizzato.

Poi, dà una posizione simile a una cosa completamente diversa: fare un passaggio di Ben Youngs mentre è schierato sulla sua seconda linea d’attacco, esce dal frontale, manda fuori tempo Cherif Traorè, finta a lungo passaggio, invece scarica il suo Max Malins, che rompe il tentativo di placcaggio di Zanon e appoggia un pallone comodo per Sinckler. Tutto questo con la sola imposizione della visione di gioco.

Garbisi e Smith sono quasi contemporanei: il numero 10 azzurro è del 2000, quello inglese del 1999, eppure si avvicina al piano di gioco in modo molto diverso: «È un gran bel giocatore» dice la mediana, che aggiunge: «Ha delle grandi doti fisiche, un dispetto della stazza. La differenza è che c’è spazio per la qualità del potersi esporre al másimo. Sa sfruttare le opportunità che gli capitani, tant’è che segna tantissime mete per il ruolo in cui gioca».

In effetti, in numeri a portata di mano, la prestazione di Smith è stata nella media per un’apertura. A oggi ha siglato, dopo club e Nazionale Maggiore, 31 gol, 169 rigori, 267 cessioni, in scadenza, per un totale di 1202 punti in 127 presenze, con una media di 9 punti e mezzo a partita.

Fermandoci a queste prime due giornate di Sei Nazioni, la 10 inglese ha siglato un gol in confidenza con la Scozia (in cui ha siglato una comunicazione tra tutti loro e 17 punti dal proprio) e uno con l’Italia. Ora lo aspetta il Galles, a squadra che non è troppo in form e che soffre il gioco fantasioso, mentre sa difendere alla perfezione in situazioni più statiche, poi Ireland e France. Una passeggiata nella stanza che è certamente un enorme banco di prova, ma si può consacrare una volta per tutte.

Potenzialmente Marcus Smith potrebbe essere il prototipo di un nuovo tipo di jocatore: un piccolo rugbista, veloce, che quando è a pieno titolo ha sempre avuto 4-5 opzioni per giocare, una o due impensabili, che solo lui conosce e capisce. «La risposta in cui gioca – conclude Garbisi – lo loda: gli Harlequins prediligono un gioco estroso e in quell’ambiente le sue caratteristiche emergono bene. Lui, come Romain Ntamack (il centro dell’apertura di Francia, figura del mitico Émile) è stato un giocatore simile, che ha attaccato la linea in prima persona, senza scaricare il pallone sugli altri e sorprendendo la differenza. Queste cose sembrano banali, ma in realtà rappresentano la vera evoluzione. L’Inghilterra se si sta adattando a un nuovo modello, smussando degli schemi fissi in attacco e scegliere un gioco più arioso: proprio ciò di cui Smith ha bisogno».

I Mondiali del prossimo ano saranno una banca di prova per i 10 inglesi, che in un anno e mezzo ha completato la scalata all’Olimpo della palla ovale: complice anche un cambio generazionale, la strada per lui sembra in discesa, ma non dovrà perse il focus e dovrà fare grandissimo affidamento sui suoi compagni di club e di Nazionale. Se capiranno la sua lingua rugbistica allora andrà bene. Marcus Smith è il futuro, dovrebbe solo prevedere se la sua azienda sarà in grado di seguirlo.

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