«Quel Mondiale negato da giudici e sfortuna»

Quell’anno, era il 1981, Giovanni BattaglioniSan Luca da Marostica avrebbe potuto vincere tutto, tanto andava forte. Era arrivato a capo alla Vuelta, il giro della Spagna, poi aveva messo nel mirino il Giro d’Italia e aveva fatto centro, primo veneto in 105 edizioni della corsa in rosa. Dopo di lui, nel 2004, solo il veronese Damiano Cunego nato proprio nell’anno del trionfo di Battaglin. Stranamente i veneti, popolo in bicicletta e di grandi campioni, hanno sempre faticato a lasciare il podio con la maglia rosa. Qualcuno è stato dagli altri dalla sfortuna che avversari, come Imerio Massignan, vicentino di collina, è entrato nel mito perché scivolato nel tunnel della tempesta di ghiaccio e vento e ne era uscito vincitore.
Anche Battaglin ha un conto aperto con la fortuna di aver negato un titolo mondiale, quello del 1979 in Olanda, gara durissima, partiti 114 e arrivati ​​appena 44. A cento metri dal traguardo ci sono quattro uomini in fuga. Jan Raas, che corre in casa, sband prima della volata e sbatte contro le transenne l’italiano che è al commando. Battaglin cade e gli si piega la bicicletta. Gli altri si fermano, Raas spinge sui pedali e ne va, il direttore di gara fa finta di niente. Battaglin raddrizza i raggi della ruota ed è sesto al traguardo. “Era il mio mondo, quell’anno ho affrontato che sono tornato ad Adesso sono pensionato”, racconta Giovanni Battaglin, 71 anni. Quarant’anni fa a Marostica ha aperto una fabbrica di biciclette, ha passato mano alla figura di Alessandro: prima tessuto in alluminio, poi in azione, in carbonio e adesso di nuovo in azione. Il gioiello è la Portofino’, il telaio parte da 5mila euro.

Com’è la storia del ciclista incominciata?
«Proveniente da una famiglia operaia del dopoguerra, papà Pietro collocava esplosivo per la costruzione del dice. Siamo tre fratelli, tutti cresciuti en collina a San Luca, e la bicicletta era l’unico modo per postarsi perché la nostra casa era sul cocuzzolo, dopo la chiesa. L’idea di correre mi è venuta a 18 anni, andavo forte in salita, la casa collina mi aveva da gambe buone e si esparsa la voce. Mi ha chiamato la Velo Junior di Nove, il paese della ceramica, che aveva una bella squadra di allievi. L’anno trascorse alla Campagnolo dove c’era il commendatore Tullio titolare di brevetti per componenti di bicicletta, aveva creato il cambiamento più venduto al mondo, soppiantando il Simplex francese. Il mio aveva prigioniero mangia il suo pupillo, gli piacevano gli scalatori: Bocia, non cambierò mai! la mia diceva».

È passato presto tra i professionisti?
«Un anno dopo con la maglia della Jolly Ceramica per il Giro d’Italia Baby e poi sono diventato professionista. Era un ciclismo diverso allora, c’era il blocco olimpico e bisognava aspettare quattro anni, così arrivavi o troppo giovane o già vecchio. Nel 1972 furono le Olimpiadi di Monaco e io superai i Salvarani alla con Gimondi e Marino Basso, che tornarono ai Mondiali, una volta alla Jolly fine nel 1977. La prima gara da professionista l’ho vinta in 1973, il Giro del Lazio, sono arrivato al traguardo di Ariccia per distaco. Quando mio cugino Giro d’Italia è uscito dal podio, Dietro Merckx e Gimondi. Il belga quell’anno ha lasciato niente: Giro, Tour e mondiale! Merckx era inesorabile e aveva un squadrone micidiale. Definirlo è difficile, è stato dappertutto, non sottovalutava nessuno, in maniche corte ache con la bufera di neve. Penso che questo sia il grande più del ciclismo nell’era moderna. Ai miei tempi c’erano grandi campioni: da Anquetil a Gimondi, Motta, Dancelli, Zilioli Nel ’73 dormì in stanza con Zilioli, fu bravissimo in classifica ma è stato sfortunato: in un cronometro è stato travolto da un’ammiraglia. Corsi con velocisti grandissimi come Basso, Sercu, De Vlaemink, Saronni, Dancelli che era un corridore completo».

Parliamo delle grandi corse a tappa: i suoi Tour de France?
«Ho corso cinque Tour, in quello del ’79 ero terzo e potevo anche migliorare, quando il mio positivo trovato allo Zerinol che danno ai bambini per il raffreddore e un po’ di febbre. Nelle Fiandre avevo corso a tappa con molto freddo e sotto la pioggia, sentendomi tossire la mattina il medico mi aveva da pastiglia. Ci aspettava un cronometro a squadre, di quelle in cui bisognava arrivare al traguardo almeno in tre e noi eravamo ridotti anche per infortuni. Quando sono arrivata ho comunicato che in una copertina in cui sono arrivata la seconda volta ho avuto un risultato positivo, non se sapessi cosa fare. Dirò 10 minuti di penalità, quando sono stato riabilitato ormai avevo perso la posizione in classifica. Ma i Tour mi hanno sempre portato bene, ho vinto tappe e il Gran Premio della Montagna, la maglia a pois ti rende popolare».

E i suoi Giri d’Italia?
«Ne ho corso 10, terzo nel 1973 e l’anno dopo sesto, terzo anche nel 1980, dietro Hinault e Panizza. Poi nel 1981 ho vinto. Prima siamo andati alla Vuelta perché la società aveva interessi di lavoro in Spagna. Vincerò una grande corsa da battere, il Giro vedevo difficile, quell’anno c’erano gli abbuoni. La Vuelta è a soli 21 giorni dal riposo e tre giorni dopo dovevi essere a Trieste per la partenza del Giro. Ero pieno di Luciano Doro, venti giorni da paura, partivamo alle sette del mattino da casa sopra San Luca, ci trovavamo a Cartigliano e tornavamo a casa alle cinque della sera. La Vuelta è difficile, gare dure in salita, quell’anno c’erano vento e pioggia e freddo insoliti. Ma ho incominciato a sentire la gambetta, la condizione che gli viene. Il colpo di pedale si sente quando fai uno sforzo, uno sprint, un inseguimento. Ho indossato la maglia gialla nella cronometro da Granada a Sierra Nevada e l’ho indossata per dieci giorni. Il tempo di rientrare all’alba a Linate, di salutare la famiglia a Marostica e via Trieste dove il giorno dopo c’era la partenza del Giro d’Italia con cronoprologo».

Cosa ricorda del Giro vinto?
«Avevo tenuto sempre la mia buona condizione, avevo vinto San Vigilio di Marebbe e qualche giorno dopo cerano le Tre Cime di Lavaredo con l’ultima salite. La Bianchi aveva Contini in rosa e Baronchelli e Prim che attaccavano sempre, ma quando decido di regalare la scarpa li ho fatti fuori tutti. Sulle Tre Cime sono arrivato terzo con l’abbuono, è lassù che ho prigioniero la maglia. Poi ho fatto un grande cronometro, in tre secondi era la prima volta che lo classificavo. Siamo arrivati ​​​​​a Verona che avevo conservato quasi un momento di distaco su Prim e Saronni».

L’anno dopo era atteso per la consacrazione
«Avevo presto la conferma, mentre camminavo verso il Giro dell’Etna che era arrivato in volata in leggera salita. Ero a destra, perché se sono sgomitati, uno è antiquato e la bici è volata proprio mentre sopraggiungevo: ho riportato nove fratture, da allora ho una spalla a centimetro e mezzo più bassa. Era il primo aprile, un pesce d’aprile un po’ troppo a sorpresa! Ma la squadra era imperniata, dimmi, saltò il Bisognava Giro salvare la estagione, così sono al Tour de France dopo aver fatto gli allenamenti ingessato e mi sono dovuto fermare per la febbre a pochi giorni dalla conclusione. L’anno in cui la malattia virale fu imprigionata a Terracina durante il Giro, fu stato ricoverato. Nel 1984 è nata mia figlia Francesca e ho detto basta. Avevo già la fabbrica di biciclette».

L’ultima gara?
«Il Chilometro del Corso a Mestre, nel 1984, dovevo ha presentato una bicicletta un po’ avventurosa al presidente della Federazione non è tornato. Ha riportato la figura di Paolo Levorato che fu lo storico oratore della classica. Quella bici con percorso lenticolare bombata me l’hano rubata nel 2014, l’ha comprata online un giapponese, è di nuovo in vendita sul mercato online per 50 mila euro».

Add Comment