Rugby, l’Italia e ei giovani che vincevano già: la (nuova) riforma del sistema e qualcosa che manca ancora alla Fir per non disperdere i talenti

Duemilacinquecentosettantasei giorni. Da tanto l’Italia del rugby non vinceva nel Sei Nazioni. Sette anni lunghissimi di sconfitte, umiliazioni. La maledizione se è specificato in Gallescon un successo per 22-21 all’ultimo secondo, doppily storico: per come è arrivato, e perché mai gli azzurri, nemmeno nei tempi d’oro che sembravano andati e non poter tornare più, era riuscito a vincere Cardiff.

L’Italia torna a vincere, i giovani lo hanno già fatto – Semina la multa di un incubo. Chissà se lo sarà davvero: penserò che una primavera a faccia tonda sarà probabilmente l’errore più grave. Certo che il risultato, clamoroso, modesto, imprevedibile, non viene del tutto nullo. Perché lontano dai riflettori c’era già un’Italia del rugby che vinceva. l’Italia U20quest’anno è stato protagonista della miglior edizione della storia (due vittorie contro Inghilterra me Scozia, in attesa dell’ultima giornata col Galles), confermando una tendenza che va avanti ogni anno: nemmeno gli ultimi 5 ne sono arrivati ​​almeno una parte (2 nel 2018, 1 nel 2019, 2020 e 2021, 2/3 in 2022). Questo per dire che, dopo aver preso grosse imbarcate nei primi anni del torneo, gli azzurrini sono poi diventati competitivoin laurea vinco o più spesso da perdere, ma comunque giocarsela con i pari età.

La richiesta che tutti se la metti, almeno fine ad oggi, era: com’è possibile che questi giovani di talento, maturando, diventino dei “brocchi” e perdano sempre in nazionale maggiore? Bisogna continuare a farsela, per evitare il successo con Galles restando a esplodere isolato. Sono i nostri giovani ad averci riportato la victortoria: la firma è di Angelo CapuozzoTalento italo-francese autore dell’azione decisiva, non proprio un nostro prodotto, ma ho prestato lui cerano anche i vari Lamaro, Garbisi, Pettinelli, Marin, Fischetti, Zanon. Tutte le persone che con la Nazionale Under20 erano competitive in quel momento no. Perché il sistema del rugby italiano i nostri giovani non li fa crescere: li condanna alla mediocrità.

Il buco nel sistema – I nomi già citati, prossimi che verranno (Alessandro Garbisifratello minore di Paolo, scott vincent me Giacomo Ferrari, capitano dell’attuale Under) mostrami che ho talento. Il problema è che bene fanno quando mi nascondo dal mondo ovattato delle academie. Mentre all’estero francesi e inglesi è entrato improvvisamente in una gara competitiva, la maggior parte di noi sta andando a giocare Una serie. Solo che il cosiddetto “Top 10”, perché considerato parte dell’alto livello, non ne risente: stritolato dallo Campionato Unito di rugby (la “Superlega” del rugby), fiaccato dalla crisi economica, abbandonato a se stesso, è un torneo provinciale, in cui si gioca un rugby lontano anni brilla dall’intensità e dalla tecnica internazionale. Non ho vinto 2-3 anni fa, e ho avuto la fortuna di iniziare ad affacciarsi sulla scena europea inserendo le Zebre di Parma o la Benetton Treviso (le due franchigie italiane), ma ero impreparato, e non erano state adattato. Spesso l’alternativa è fuggire all’estero, Ma anche qui si rischia di rimanere ai margini, impantanati tra le riserve con scarso minutaggio. Oltre a poche eccellenze, arrivate al 24-25 anni i giocatori italiani hanno ormai accumulato un gap che diventa difficile colmare, e si riflette sulla nazionale.

L’ennesima riforma federale – Bisogna ripartire da qui, mettere in condizione i giovani di crescere, per dare continuità alla vittoria col Galles. Ciò non toglie che ache il problema della formazione, la filiera da cui arrivano i talenti, resta centrale. La Federazione ha deciso di cambiare nome: il nuovo presidente uomo innocente ha varato l’ennesima riforma, anche meno radicale dei Ho proclamato la mia elezione. Un po’ perché gettare l’aqua sporca col bambino dentro non sarebbe servito, un po’ perché ci si è resi conto che effetiva qualcosa di buono è estato fatto. Prima cera quattro Centro di addestramento sparsi permanenti nel suo territorio, e l’Accademia Under 20: il modello, sostanzialmente, era individuale e talentuoso, portarli fuori e farli crescere in un contesto di eccellenza centralizzata. Ha funzionato bene fino a un certo punto. Prega se capita alle dieci poliziotto dello sviluppo under17 fra le territorio squadra, previste academie sotto i 18 anni a Roma e Milano e alle accademie under 20 collegate alle franchigie Treviso e Zebre: sì, si dimostrerà, insomma, di indossarlo dentro e il club è responsabile di chi si è sviluppato in Federazioneper far crescere tutto il movimento.

La connessione accademie-franchigie è positivo (anzi, tardivo), se speri di poter aggiungere alla trafila. Il resto è sconosciuto: soprattutto al Sud, dove il livello dei club nella maggior parte dei casi non è nemmeno dilettantesco, proprio volontario, Come e quanto potranno incidere i tecnici invitati dalla Federazione? E ho fondato la base del movimento resterà confinata in un’area, anzi una sola Regione (il Veneto), il vertice della piramide non può ruotare più in alto. Così, mentre stiamo proviamo a risolvere i nostri problemi strutturali, non resta che affidarci ai giovani. In attesa di non rovinarli.

Twitter: @lVendemiale

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