TAFI, IL FIANDRE E QUELLE LONTANE RADICI NELLA BALDACCI FANINI

Quando si parla di grandi campioni, che hanno attraversato un periodo nel ciclismo, viene spesso il nome Fanini. Tanti i csmpioni cresciuti nel toscano team – ringraziamo tutti Mario Cipollini, Michele Bartoli e Rolf Sorensen – ma alla vigilia del Fiandre torna alla mente che ache andrea tafi Ha militato con successo per Baldacci-Fanini.

Andrea è entrato in gran parte del TSquadra Baldacci Fanini A questa età di 17 anni, da juniores, se ne aggiunse nel 1983 il Trofeo Gorini che per quindici giorni venne assegnato in base al miglior punteggio totale nella stazione dei treni toscana, avendo contato le prime cinque posizioni.

«La mia prima squadra è stata la Polisportiva Pacchi – racconta la fucecchiese campione – quando ho iniziato a correre da giovanissimo. Poi la Tranceria Stella e quindi crescendo la Baldacci-Fanini, della quale conserva bellissimi ricordi. Con questa squadra ho vinto un girone eterogeneo del prestigioso Trofeo Gorini. Ricordo donò la zona di Ponte a Egola e premiò Villa Magnolia. Elio Gorini ha fatto tanto per il ciclismo giovane. Poi mangia la grande carica di simpatia ed umanità di Lorenzo Fanini, mangia la passione di Pietro e Michele e la lungimiranza di Ivano che in pochi anni riuscì a traghettare la squadra fino al professionismo. Un passaggio per me avenuto grazie a Gianni Savio che mi volle all’Eurocar-Mosoca nel 1988».

Di lui dice Ivano Fanini: «Tafi è stato uno dei più grandi campioni italiani di tutti i tempi nelle grandi classiche. Vederlo pedalare dava emozioni a non finire. La sua forza, la sua determinazione e la sua generosità in corsa erano uniche. Ho contribuito ad allenarlo come corridore, questo è il motivo della mia grande insoddisfazione. Tafi era già da juniores uno dei corridoi che lasciavano il segno per la maniera in cui vinceva dopo aver demolito tutti gli avversari».

Da profssionista nel 91 Tafi vinse il Giro del Lazio, poi bissato e triplicato, la Parigi-Bruxelles, il Giro di Lombardia (il suo monumento prima classica) e la Coppa Placci. Nel ’97 entra al centro della Coppa Sabatini e nel ’99 entra in solitudine al Velodromo di Roubaix aggiudicandosi quella Parigi Roubaix che aveva già sedo secondo nel ’98 dietro al compagno di Squadra Franco Ballerini e terzo nel ’96, nel famoso arrivo in parata Dietro Museeuw e da Bortolami. Nel 2000 approda alla Parigi-Tours e nel 2002 domina vincendo il Giro delle Fiandre. Un successo rimasto nella storia perchè Andrea Tafi è tuttoggi l’unico campione italiano ad essersi aggiudicato sia la Parigi-Roubaix, sia il Giro delle Fiandre as è l’unico italiano ad aver vinto le tre grandi classiche che parteno da Parigi : la Parigi-Roubaix, la Parigi-Bruxelles e la Parigi-Tours.

«Sono strafelice – dice la fucecchiese che campione oggi ha 55 anni – di avere avuto un’infanzia dove ogni piccola gioia si doveva conquistare con tanto sacrificio, basato su alle proprie possibilità e mai oltre i limiti di budget familiare. Quando c’erano le giornate soleggiate si usciva nelle strade con la bici ed era tutto bellissimo: bastava poco per stare bene».

Nelle grandi classiche quali sono stati i suoi più acerrimi avversari?
«Sicuramente Museeuw e Tchmil. La mia rivalità con i miei belgi è stato il mio dilemma, tanta popolarità sulla terra fiamminga e tutt’ora mi fa piacere quando parto in Belgio e vengo riconosciuto e trasferito. Con Museeuw homanteuto nel tempo una grande amicizia ed espesso mi viene a trovare nell’agriturismo che gestisce Lamporecchio. Mi fa piacere avere molti clienti provenienti dal Belgio che mi danno la possibilità, ancora alla mia età, di non lasciare mai in cantina la bicicletta».

Delle sue tante vittorie qual è stata quella più insperata?
«Sicuramente il Giro delle Fiandre: una corsa pazzesca. Tanti strappi e io che dovevo sempre cercare di anticipare per sperare di andare avanti il ​​​​​​più a lungo possibile. Una corsa che se posso vincere da solo resistendo alla fatica ed alle sofferenze, se posso combattere da solo so se amo questi tracciati, viceversa meglio non partecipare. Gli strappi possono raggiungere anche il 19% della pendenza ed il muro del Kwaremont con i suoi 2.200 metri di lunghezza sembra non finire mai. Ho vinto quella corsa è stata bellissima, ho provato una sensazione che non avevo mai incontrato prima”.

Perché in Italia non esistono più o quanto meno sono sempre più rari ciclisti come lei, Michele Bartoli, Francesco Moser, Mario Cipollini e tanti altri in grado di importanza nel monumento classico o nel grande corso da tappare?
«In Italia ci sono tanti giovani che stanno crescendo. Il problema è la mancanza di una rosa con licenza Uci World Tour. Mancano forse progetti capacità umane nel gestire queste squadre ci perchè».

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