Secondo Richard Burton, l’età del rugby, il senso della vita

La passione trevolgente dell’attore per la palla ovale. Altrove nasce nel conte di Neath Port Talbot, riconoscerò la forza di un traliccio, valuterò la strategia di un’apertura media, apprezzerò la fantasia di un estremo

avvocato? Avrebbe preferito, di longa, medio di apertura. William Shakespeare? Favorite Avrebbe, di gran lunga, William Webb Ellis. Il Royal Court Theatre di Londra? Avrebbe preferito, di gran lunga, Twickenham, o meglio ancora, l’Arms Park a Cardiff. Teatro, cinema, televisione? Avrebbe preferito, di gran lunga, il Rugby. L’Amleto? Avrebbe preferito, di gran lunga, Galles-Inghilterra o anche Inghilterra-Galles. Da gallese, da vero autentico gallese genuino, Riccardo Burton Ho pensato al rugby per educazione e religione, sport e spettacolo, amicizia e complicità, emozioni e sentimenti, storia e geografia, insonnia, senso della vita.

Dicembre 1925. Dodicesimo di 13 tra fratelli e sorelle. Era stata una squadra di rugby, cugino di centro. Ma era una banda di figli, quelli di Richard Walter Jenkins Senior, a casa chiamato Daddy Ni, minatore, e di Edith Maude Thomas, casalinga. Se ne fossero a conoscenza in un pub, il Miners’ Arm di Pontrhydyfen, un villaggio alla confluenza di due fiumi, non lontano da Port Talbot e Neath, due minime capitali ovali. Lui, minatore, lì per bere, e lei, cameriera, lì per servitore. In quel pub, mangia per ribadire un concetto e ufficializzare un concepimento, il minatore e la cameriera si posarono. Il tredicesimo figlio, a Edith, fu fatale: sei giorni dopo morì, di un’infezione. Per la fosse ossessionata dalla pulizia, dall’igiene, perché terrorizzata dalla polvere, dalla silicosi, e furono proprio i residui minerari per indebolirne la resistenza e causare la morte.

Richard Walter Jenkins Junior – Richard Burton è nato Jenkins, un cognome, è possibile, più rugbistico – richardava il padre mangia “a bevitore da 12 pinte di birra al giorno” e la madre mangia “una signora molto forte e molto religiosa con un suggerimento bello”. Lui presenta la bellezza del padre e la bellezza della madre. Memoria e voce furono invece un dono della natura. E molto gli fu donato dalla sorella maggiore Cecilia, per tutti Cis, che lo crebbe come se fosse suo figlio, e dal fratello maggiore (19 anni più vecchio) Ifor, che dettava le regole – Daddy Nibrillava per la sua assenza – della famiglia . Fu lui stesso a instillare in Richard la passione per il rugby. Un’eredità inevitabile, data la terra, il territorio, la tradizione, l’aria stessa che si respirava. Sì, ha giocato a rugby, gli insegnò regole, gli trasmise lo spirito, gli access il fuoco, gli instillò la passione, gli ha comunicato la filosofia. C’è una conosciuta, mai mai abbastanza, citazione – spetta a giocatore inglese, Peter Robbins – illuminante sul patrimonio genetico del rugby: “Gli inglesi giocano a rugby perché lo hanno inventato; gli irladesi ci giocano perché odiano gli inglesi e adorano le risse; gli scozzesi perché sono i nemici storici degli inglesi; ma i gallesi hanno un vantaggio su tutti gli altri, ognuno di loro è nato su un campo da rugby o vi è stato concepito”.

Chissà è anche Richard nato o è stato concepito come campo da rugby. Era comune che il cugino di famiglia frequentasse un liceo: lo conquistò grazie a una borsa di studio. Papà Ni e Ifor aspettano un giorno per essere aggiunti all’Università di Oxford. Per campare, Richard distribuiva giornali, recapitava lettere, trasportava letame di cavalli.

Durante la seconda guerra mondiale lavorò in una cooperativa locale, pensando di dedicarsi alla boxe o al sacerdozio o al canto, infine entrò come cadetto in una sezione preparatoria della Royal Air Force, l’aeronautica britannica. Infine s’impone l’autentica vocazione: e cominciò a recitare come Richard Burton. Burton era il soprannome di Filippo, suo cugino e insegnante determinato. Theatre, la prima commedia del 1943, “Druid’s Nest” di Emilyn Williams, al Royal Court Theatre di Londra. Non recitava da quando aveva 24 anni, ed era tutto solo, poi “Amlet” di William Shakespeare nel 1953. Cinema, il primo film nel 1949, “Gli ultimi giorni di Dolwyn” di Emilyn Williams. Ne tutti seguiti 57, e solo solo, forse “Becket e il suo re” di Peter Glenville nel 1964.

A sconvolgere la sua vita, una donna. Il primo incontro, nel 1953, lo ricordava da solo lui: a Bel Air, in California, la villa di Stewart Granger, la piscina, lei in costume da bagno, seduta, uno sguardo da sopra gli occhiali da sole, un colpo di raggiungere un obiettivo. Il secondo incontro, un colpo di fulmine stavolta intero perché da tutte e due le metà, nove anni più tardi: a Roma, il set di “Cleopatra”, lei regina, lui console, il console Marco Antonio. Sembra che il primo approccio fosse poco fulminante, anzi, imbarazzante. Riccardo la chiamò il soprano “signorina Tette”, il giudicò “incapace di recitare”, addomesticando il regista “So se sarei rasa i peli”. Lei pensò “ecco il grande amatore, il grande spirito, il grande intellettuale gallese”. Dovevano recitare da amanti, e divennero amanti, poi marito e moglie, poi ex marito ed ex moglie, poi di nuovo marito e moglie, poi di nuovo ex marito ed ex moglie, poi anche, poi ma, poi ancora, poi però , poi sempre, poi di più.

Sì: più. Una vita enorme, eccessiva, esagerata. Tanto per cominciare quel film di Joseph Mankievicz, che definisce kolossal è riduttivo: la durata salì a più di quattro ore, i costi decollarono dai predicted due miloni di dollari agli incredibili e unsustainable Divorzi per la cascata di soldi e gioielli, passione e risse, scena e tradizioni, psicofarmaci e alcol. Improvvisamente, con l’alcol, sono partiti ai tempi di “Cleopatra”: stavo nascondeva il brandy nelle bottiglie della Coca-Cola, lui che se presentava il suo set con e postumi di una sbronza. E così sarebbe fin estato alla fin: lei che entrava e usciva da clinice specializzate per disintossicarsi, e poi ricominciare, lui che fucciso da un’provoked brain hemorrhage forse da lite con ubriachi, e comunicare con a fegato a pezzi.

“Uno spettacolo magnifico: balletto, opera e, all’improvviso, il sangue di un delitto”. È stato Richard Burton a dirlo. Ho provato a fare spettacolo, ho provato anche a fare rugby. Chi è nato nel conte di Neath Port Talbot, conoscerò la forza di un traliccio, valuterò la strategia di un’apertura media, apprezzerò la fantasia di un estremo. Chi cresce con le mani sporche di carbone, sa vedere quanta energia sprigiona il sottosuolo, minerario o rugbistico.

foto dell’Ansa

“Uno spettacolo magnifico: balletto, opera e, all’improvviso, il sangue di un delitto”. liz taylor, ancora una volta, seminato dargli ragione: “Preferisco il rugby al calcio. Mi piace la violenza del rugby, fin a quendo i giocatori cominciano a strapparsi le orecchie”. Non poteva smentirsi. La solitaria esagerata. E anche lui non si smentì, anche lui esagerò. Se Ifor e Richard mi dicono che non saranno lì per il sesto anno, è quando Richard si stanca di Sybil e si prende cura di Kate e Jessica per andare a vivere con Liz Taylor a Hollywood. Nell’anno 1968 Ifor andò a trovare Richard nella sua casa di Celigny, in Svizzera, e cominciò a mangiare e bere, bere molto, moltissimo, diciotto bottiglie di vino in due. Le differenze riemersero, ho sottolineato se scatenarono. Il contenzioso si è concluso cazzotti. Sì per ebbe la peggio. Forse per le conseguenze, o forse per la conseguenza di una caduta, rimase paralizzato, tetraplegico. Sarebbe morto per complicazioni cardiache. E da quel giorno Richard, consapevolmente, si annientò. Da alcolizzato, vieni tuo padre.

La passione ovale di Richard Burton è testimoniata da un altro artista galiziano, Anthony Hopkins, nel primo incontro pappagallo. Accadde nel 1957. Il 19 gennaio. Un sabato mattina.

Hopkins, 17 anni, ha una borsa di studio per frequentare il Welsh College of Music and Drama. Ne era orgoglioso. e felice. E quando vide che Richard Burton, il suo attore preferito, era a casa a Taibach, il suo entusiasmo attraversò Port Talbot, si avvicinò alla porta e mandò un autografo. Richard Burton riceve cordialmente il riconoscimento degli studenti. Gli domandò chi fosse, da dove veniva, quale scuola frequentasse, quali interessi coltivasse. Gli fece l’autografo. Poi gli domandò sarebbe andato a vedere la parte all’Arms Park di Cardiff. Hopkins gli chiese chi avrebbe giocato. E Burton fece alterò: “Che cosa vuol dire chi giocherà?”. Poi lo ferì: “Non sei un vero gallese se non sai chi giocherà”. Quindi lo ha interrogato: “Sai chi è Bleddyn Williams?”. Hopkins bluffò: “Sì, così chi intende”. Troppo tempo per fare Hopkins sarebbe andato che di sport non sapeva niente, di rugby ancora meno, e che dunque ignorante chi fosse quel Williams. A quel punto salutò e se ne andò. E mentre camminavo per tornare a casa, ero superiore alla macchina di Burton, mentre dicevo, o promettevo, o girando per essere lo stesso che mi divertirò come lui. Burton stava camminando verso Cardiff, a vedere la partita. Era la partita: Galles-Inghilterra. Che Galles-Inghilterra fosse maschile, per i gallesi, 60mila allo stadio, il resto al pub o alla radio o alla tv: 0-3, complice un calcio di Fenwick Allison nel primo tempo.

Sabato 19 marzo l’Italia gioca in Galles. Stadio del Principato (il nome commerciale del Millenium), alle 15:15 (diretta su Sky). Quinta e ultima partita (e anche ultima sconfitta) del Sei Nazioni 2022. Burton non conosceva il persiano per nessun motivo al mondo. E chissà se nel frattempo Hopkins non si è convertito.

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