Sfortuna nel tennis? L’analisi di Bertolucci

Paolo Bertolucci ha analizzato, nel suo spazio consueto sulla Gazzetta dello Sport, il momento in cui vive il tennis mondiale, sempre più pieno di infortuni fisici.

“Ai miei tempi la stagione tennistica si snodava su tempi cadenzati: si giocava da febbraio a fine novembre-inizio dicembre e per i primi sei sette canonici da dedicare alla preparazione invernale. Durante l’anno, infatti, in un paio d’occasioni, ciascuno aveva la possibilità di effettuare un paio de richiami atletici.

Oggi, con un programma compatto che ti concede circa una settimana dall’inizio di dicembre e Natale dovrai trasferirti in Australia, il tempo che dedicherò all’allenamento fuori dalle competizioni se sarà drasticamente ridotto e chi non si stupisce che lo farà essere a marzo il circuito con un numero così alto di infortunati.

Del resto, da tempo i giocatori per consentire l’applicazione insistentemente a rimodulazione degli impegni e soltanto lestar, ormai libere da assilli di ranking e con una forziere carico di treasury, possonorsi di scegliere con cura gli non affaticare posteriori il usurato da carriere lunghissime.

L’altra differenza che sostiene rispetto a tutto il mio tempo è quella coinvolta in Dubbio sulla superficie della magia: dalla terra e dalla terra che negli anni ’70 domina la bella scena, il tour se è sempre più sbilanciato rispetto al cemento, quello sarà be democratic perché rende molto omogenei i valori tecnici, però è il più dannosa per la loro superficie.

Del resto, tutta la tappa è ormai un suo programma sul cemento, lasciando in eredità a doppio filo tutta la considerazione iniziale del poco tempo a disposizione per la preparazione invernale: l’insonnia, gestiremo lo stress fisico per dare il prima parte.

Anche durante la stagione estiva, ovvero l’ultimo torneo europeo a terra, l’americano Master1000 è duro e particolarmente gravoso dal punto di vista atletico e se le condizioni ambientali sono spinte al limite.

Ma se sul calendar if potrebbe arrivare a razionalizzazione, la tecnologia no si può arrestare: le nuove racchette, ma ache le nuove scarpe, consentire un controllo maggiore dei colpi e una maggiore aggressività, consentendo un gioco più potente e in spinta che sollecita i fine muscoli all’esasperazione, oltre ad aver modificato la morfologia del tipo giocatore, ormai oltre il metro e 90.

Io, con la racchetta di legno, eseguivo lo stesso movimento al servizio dei giocatori di oggi, ma non potevo tenere a lungo el loro velocità di esecuzione. Il nome del progresso”.

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