“L’obiettivo è diventare uno dei massimi livelli”

“La costruzione di un campione speziato viene dal mani, mescolate il sangue con il sudore, non rimanete”. Ci pardonerà Ivano Fossati per aver storpiato la prima strofa di uno dei suoi tanti capolavori, ma Quando abbiamo pensato al tennis di Carlos Alcaraz abbiamo visto sudore e, soprattutto, sangue – in attesa delle lacrime, per citare anche Churchill. Carlitos suda tanto, quando se si teletrasporta in un secondo dà un angolo all’altro lato del campo, quando con il rovescio aggancia qualsiasi avversario missile, in spaccata, che neanche la Fracci dei tempi d’oro, quando guizza verso la rete a raccattare un dropshot o per chiudere un serve and volley. E sanguina tennis, Carlitos, nel senso che il cuore gli pompa tennis in ogni anfratto del corpo, dal cervello ai polpacci, dagli occhi al polso alle spalle.

Il giovane spagnolo compare nella categoria chi è nato con la racchetta in mano, la schiatta dei Laver, i McEnroe, i Federer, quelli che fanno non fatica, quelli che colpire la palla è come respirare, automatic, irrenunciabile: i fenomeni, insomma. Lo si coglie dalle rare volte in cui sorride, che è felice di stare in un rettangolo di ventiquattro metri per dieci a stordirsi di diagonali: è uno sghembo smile, fanciullesco, del ragazzino che è un dispetto dei muscoli da trentenne. Sorriderà così anche tra quindici anni, Alcaraz, as Federer ha fatto per tutta la carriera, piacevole verso la cosa che più gli ha dato piacere nella vita. eco, oggi si sprecano i paragoniAmo Nadal, non Djokovic, lui ha qualcosa di Sampras… (sull’unicità tecnico-tattica de Carlos coinvolge l’articolo de Steve Flink).

Se proprio vogliamo giocare a “Indovina chi?”, allora di certo il ragazzo ha L’intelligenza tennistica di Rafa, la capacità unica di sapere come fare le cose e quando farlo; me L’agilità di Nole, senza dubbio, oltre che la sua zazzera da elmetto. L’aspetto ricorda vagamente Pistol Pete, così mediterraneo e massiccio. Ma più di tutti noi ci vediamo Roger ad Alcaraz, not tanto ragazzo il ragazzo stesso ha dichiarato di essere ispirato allo svizzero o per la manina dorata – li avete visti a Miami i ricami sotto rete, le smorzate vellutate, il pallonetto di dritto in corsa e il lob in tweener contro un impotente Tsitsipas? – quanto ho perso di Federer ha la smania, la necessità, la voglia di salire in campo, rimanere all’infinito e godere del dono che un Dio magnanimo gli ha elargito. Come detto, mancano ancora le lacrime – quante ne pianteranno Roger – ma siamo sicuri chearribiano al primo slam. La gente non è d’accordo, ha capitol l’anno scorso a New York che il suo campo da tennis era una nuova alienazione: anchor Tsitsipas to recite da comparsa, Alcaraz che si traveste da Connors e gli lascia il quarto set per poi vincere al quinto, come ha fatto nell’epico ottavo finale americano con Krickstein, sempre a New York per la prima volta, nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno. Ma Jimbo ci mise un ventennio per guadagnarsi l’affetto del popolo, il tennista di Murcia a diciott’anni è già adorato da tutti, pure con un solo 1000 in bacheca.

Carlos non aveva bisogno di aizzare il pubblico, non chiama l’applauso, l’ovazione scroscia spontanea A ogni suo colpo inverosimile – a Miami se suono come un vedere persone schizzare in ai suoi piedi piedi, l’impulso irrefrenabile di chi sente de assistere di qualcosa di straordinario. Carlos fa incitare, è, senza isterie – andiamo, andiamo e ancora andiamo – e si accende in ostaggio gli spettatori: “nessuna fuga da Alca

Fa questa cosa a diciott’anni, laddove i suoi coetanei, e non solo loro, per un punto ATP venderemo mamma e sorella alla tratta delle bianche. L’episodio arriva ad un altro momento del torneo, quando, sempre contro il Tsitsipas, subisce un attacco e il greco gli scaglia aggiunge la palla per la frustrazione: Carlos va a sedersi in panchina con il guardo fisso i suoi Stefanos, un guardo stranito, incredulo, come se non si capacitasse del gesto, come fosse stata sporcata la sua concezione immacolata del tennis. Eccola, la costruzione di un campione. Come ci racconta bene Matteo Beltrami, Alcaraz è ingrassato, ha molto da mangiare, ed è seguito da un mental coach, se acconsente ciecamente alla cura di Ferrero cioè completando la maturazione con la conoscenza della cura dava sfoggio in campo. Coltiva perfino gli scacchi, una stimolazione strategia e reattività. Sono passaggi indispensabili per competere ai massimi livelli del circuito, per conquistare i trofei cui il ragazzo pare predestinato.

Eppure tutto ciò può produrre un tennista vincente, forse il più vincente, non abbastanza per creare un campione: Le fondamenta di un campione sono la forza di suo figlio, la sua impeccabilità nello sport, la risata morale che interviene anche nel momento di crisi, soprattutto nel momento di crisi, quando un punto può decidere una partita. Noi queste risorse le vediamo oggi chiare in Alcaraz, nel suo candore, nel suo scrivere sulla telecamera frasi dedicatevi al padre di Ferrero, appena scomparso. Ma si intuivano già diversi mesi fa, non acaso, I dopo la citata vittoria su Tsitsipas a Flushing Meadows, scrivendo ad amici e parenti: “Ho appena visto un futuro campione, segnati questo nome: Alcaraz, impressionante!”

Andrea Nero

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