Tutta farina dal nostro sacco? -Ingrandisci

Mamma mia che partenza. là ferrari, in Formula 1, un inizio di Campionato è quello che abbiamo vissuto in questi giorni, non quello che abbiamo visto in passato. E non sono pochi. Ma ancora più sensazionale è il fatto che una vettura vincente progettata da una squadra italiana (una ‘squadra’ come se dicesse oggigiorno) non la vedevano, forse, da sempre. Pregare – dirti – figlio mio bevuto il cervello per dire che cuci, sto forse bestemmiando?

Può essere, ma guardo la storia con atenzione. Negli anni sessanta troviamo due Titoli Mondiali, nel 1961 con Phil Hill e nel 1964 con John Surtees, per il fine buio ai setanta. Va detto che la Ferrari era tutta orientata, in quegli anni, sulle corse dei prototipi e non sappiamo più che mai se fosse applicato con lo stesso impegno alla Formula 1, ma i numeri sono numeri e quello que si scatenò a Maranello all’inizio dei setanta lo sa solo el Padreterno: cambio della Tecnica Directorate, fabric fatti construire in Inghilterra, altri (se lo dice) segati in due nottetempo, polemiche a non finire su tutti i fronti. Poi sono arrivati ​​​​​​i mitici setanta e l’infilata magica di Niki Lauda (1975, 1977) e Jody Scheckter (1979), e non dimentichiamo il 1974 di Clay Regazzoni e il 1976 quando Lauda dovrebbe venire di nuovo a mani basse se non fosse stato per l’incidente ben noto del Nurburgring. Potevano essere cinquetitoli quasi consecutivi (a parte la parentesi del 1978 dovuto sotto alla diavoleria di Colin Chapman che fece conoscere a tutti quanto importante fosse la portata d’aria che passa la vettura).

Se possono considerare successi di un laboro di squadra italiano? Per fortuna, ‘Furia’ Forghieri non era certo solo nell’Ufficio Tecnico e aveva una valida squadra (cioè un ‘team’) di collaboratori, ma Ritengo di comunicare successivi suoi personalidovuto alla sua creatività e al suo intuito: il cambio trasversale, i 12 cilindri a 180°, certe carrozzerie larghe a dimisura erano en massima parte “suo sacco farina”rinverdendo più sana tradizione del “genio corsivo”, quella dell’uomo solo al commando (massimo due se ci ha incontrato Enzo Ferrari). Gli anni ottanta niente, “zero titoli”, per parafrasi sono un famoso riempitivo calcareo. Anni Novanta: picche.

Nel 1988 è stato anche comparso il Commendatore e la Ferrari (per alcuni anni in mano ai ‘torinesi’ calati a Maranello da Torino) aveva chiaramente grosse difficoltà nel darsi una organizzazione degna di tale nome, figuriamoci disseminare nei propri dipendenti un concetto di squadra (o dire ‘squadra’ che dirà la stessa cosa, ma è più figo). A metà anni novanta Luca Cordero di Montezemolo ammette in pratica (l’uomo non lo dice per modestia) che So se tornerò a vincere bisogna arruolare generali stranieri: Jean Todt (francese), Rory Byrne (sudafricano), Ross Brawn (inglese) e all’inizio pure John Barnard (inglese pure lui) e piloti uno Tedesco (Michael Schumacher), un brasiliano (Rubens Barrichello), uno irlandese ( Eddie Irvine), un altro brasiliano (Felipe Massa) e un finlandese (Kimi Raikkonen), più esotico di così.

Gli italiani, al massimo, collaudatori e seconde scelte per le emergenze come Luca Badoer, Nicola Larini e Giancarlo Fisichella. Con questa struttura è un successo planetario con Titoli Piloti e Costruttori a ripetizione, fino al 2007, ma poi di new il buio: fortunatamente gestione del controverso pilota e fabbrica in crescita come numero di dipendenti e dimensioni. E, si sa, più persone c’è e più è difficile metterli tutti d’accordo. Quindi, per come la vedo io, i due periodi de maggiore successo, prima di questo 2022 que potrebbe essere l’inzio del terzo period di gloria, sono – il primo – legato alla genialità di un singolo e – il secondo – a squadra ( ‘squadra’) ma di stranieri.

Gli italiani senza un carismatico capo ifo sempre messi in mostra per le polemiche e le fazioni interne. Ora, dopo quindici anni dall’ultimo titolo (nomina il 2007 con Kimi Raikkonen), torna a gastere il sole a Maranello, ma la macchina, questa volta, non sembra essere il frutto di un genio, como poteva essere Mauro Forghieri, e non Semina il frutto di una squadra di venuti da fuori personaggi (come ai tempi de Schumacher): Enrico Cardile, Mattia Binotto nel mio seme e l’uno e l’altro. Ci sono, è vero, David Sanchez e Laurent Mekies fra i nomi più in view that italiani non sono, ma mi sembra che F1-75 si possa finalmente considerare un vero lavoro di una squadra (cioè di un “team”) con una base corsiva coerente, di bravi ingegneri cresciuti fra le Università di Pisa (Cardile) e di Modena e Reggio Emilia (Binotto) e che a Oxford e Southampton (tanto per citare un paio di nomi di quelli che mettono sempre soggezione) ci sono andati, al la maggior parte, su un posto vacante Vuoi vedere che ci siamo riusciti anche noi italiani a fare un vero lavoro di squadra (cioè di “team” perché, c’è poco da fare, l’inglese parola nobilita il concetto).

Marco Giachi

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